mercoledì 17 luglio 2013

Ho letto un libro (ah beh, sì beh...)

Ho letto un libro.
(Non è una novità, in realtà: leggo sempre un libro, aNobii è l'unico "social" che io mi preoccupi di aggiornare costantemente e a volte mi prendo fin troppo sul serio nel recensire quanto leggo, tanto che poco dopo mi verrebbe da guardarmi allo specchio e dirmi Ah Augias, ma parla come magni).
(Bene, ora attendo querela da Augias).

Detto questo, o "al netto di questo" -- come si usa dire ultimamente, ho letto Wolf Hall di Hilary Mantel. Per chi non lo conoscesse, è il vincitore del Man Booker Prize 2009, cioè (ricerca su Wikipedia m'insegna) il più bel libro scritto in inglese del 2009. Non conosco i concorrenti, ma non mi lamento: Wolf Hall è, semplicemente, un libro strepitoso. Mesmerising, mi vien da dire, visto che l'ho letto in inglese in sessioni lunghissime e ora non so più parlare italiano (e credetemi, pensare in inglese mentre si parla con un barese non è il massimo).
E' il libro che mi ha restituito il piacere di non voler smettere di leggere, di fare notte e poi alzarsi con le occhiaie, il libro che mi sono portata dietro anche in giro per leggerlo anche al bar perché non potevo semplicemente lasciarlo a casa col rischio di ritrovarmi a strapparmi i capelli in preda all'astinenza al grido di Oddìo, ma come sarà andata?

Non che rischiasse di riservare sorprese sconcertanti: è, infatti, un romanzo storico, e in quanto inglese è un romanzo storico sui Tudor. La solita storia: Enrico VIII vuole divorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena. Di solito un editore chiama un'oscura laureata in Lettere che scriva abbastanza bene da non poterle dire che non sappia scrivere, le passa un bigino di Storia Moderna e le dice: fammi tre-cinquecento pagine di Enrico VIII che vuole dirvorziare da Caterina d'Aragona per sposare Anna Bolena. Di solito ne nasce uno pseudo-Harmony con in copertina la foto di una stangona di 180 cm per quaranta chili, quindi molto rinascimentale, fotografata in un dettaglio del suo abbigliamento o del suo viso.

Ma Hilary Mantel no. Hilary Mantel sceglie come protagonista uno che nemmeno il suo biografo si è sentito di non dire avido e spietato (preciso: "a devious, ruthless instrument of the state"), uno che per ovvi motivi non è stato fatto santo, uno che di solito è confuso con un suo successore nel libro di Storia scalcinato che ci portiamo dentro dalle elementari: Thomas Cromwell. (Il successore con cui lo si confonde, per la cronaca, è Oliver).

Thomas Cromwell, dunque: un self-made man, un figlio di fabbro che grazie al suo talento, alla sua intelligenza vivissima, alla sua furbizia e anche a un sapiente quanto misurato uso di lecchinaggio diventa l'uomo più potente (e odiato) del regno di Enrico VIII. E' lui che avvia la Riforma religiosa in Inghilterra, lui che si rende indispensabile ai sangueblù di Londra e dintorni, gli stessi che, come in ogni storia di Cenerentole che si rispetti, lo hanno snobbato fino al secondo prima (You are everything now. We say, how did it happen?, filosofa quella zucca vuota di Suffolk). Non arrivi neanche a incrociare lo sguardo di Enrico VIII se non hai il permesso di Cromwell. Nessuno può fare niente senza Cromwell.

La prosa è asciutta, stringente e straordinariamente evocativa. Il punto di vista è quello di Cromwell, ed è talmente esclusivo che sembra di sentirlo respirare, giusto alle nostre spalle, vederlo vivere sotto i nostri occhi. Cromwell è esattamente accanto a noi: la Mantel lo chiama he, sempre, anche se ha parlato di qualcun altro fino al rigo prima, perché è impossibile fraintenderla. Tanto è pregnante la sua presenza che talvolta dalla terza persona si scivola alla prima, e prima di rendersene conto si è tornati alla terza. Tanto ci si immedesima col protagonista che non si prova fastidio a leggere my lord quando lui pensa al cardinal Wolsey: in effetti lui diventa anche il nostro signore -- nessun problema, my lord will do.
Non sono una critica letteraria e non parlerò oltre dello stile senza sfondare il muro del ridicolo. Vediamo il contenuto.

Ho letto vari commenti sul romanzo e non ho trovato una riflessione simile a quella che ho fatto io. Il motivo è probabilmente che io sono solo una mente molto elementare, nonché una romanticona senza speranza (non mi sono più ripresa dalla morte di Liz, la moglie di lui, che avviene più o meno subito), ma questa è la mia idea: Cromwell parte come un personaggio brillante, sì, ma innocente. D'accordo, ha conosciuto le botte paterne, è partito per l'Europa e vi è rimasto dieci anni a conoscere le lingue, il lusso, i calcoli, il sesso. Può guardarti per un attimo e intuire la storia del tuo abito, valutarne il tessuto. Può citarti Machiavelli (anzi, Niccolò) e Petrarca, e qualunque autore italiano e classico, a menadito. Il suo passato è un serbatoio inesauribile di aneddoti su cui lui tace a meno che non gli convenga fare il contrario. Gli piace che la gente si interroghi, gli piace persino che inventi (They're all good stories).
E', sostanzialmente, un italiano dentro (You are an Italian trough and through, gli dice Thomas More -- e non lo intende come un complimento), ed anzi preferisce gli italiani agli inglesi (si vede che erano altri tempi).
Ma nonostante l'incredibile bagaglio di esperienze, è ancora un innocente: la delicatezza dei sentimenti per la moglie, la devozione commovente al cardinal Wolsey, suo mentore, l'affetto per le figliolette ed il figlio Gregory, lo rendono molto umano e simpatetico.
Finché non lo si vede diventare sempre meno umano.

La prima a cadere è Liz. Il passaggio sulla sua morte spezza il cuore, anche se non quanto quello sulla morte delle bambine. Non passano troppi anni prima che muoia, in disgrazia presso il re, anche my lord il cardinale. Il dolore di Cromwell è totale e indiscutibile, l'uomo arriva anche a piangere e giura vendetta per il suo signore (God needs no trouble, I shall take it in hand). Ma nel frattempo è entrato a corte, ha iniziato a fare soldi, ha iniziato a frequentare i potenti perché gli piace e non perché deve. Diventa tanto indispensabile al re e alla sua donna, Anne Boleyn, che lei inizia a chiamarlo my man. Lui che non voleva nemmeno rappresentare il cardinale in una messinscena, non sentendosene all'altezza, arriva a pensare di essere meglio di lui, perché più freddo. Lentamente quanto convenientemente, inizia a dimenticarsi di voler vendicare my lord (altrettanto convenientemente se ne ricorderà solo nel sequel). Mentre, trama, tradisce, as cunning as a bag of snakes.
Va anche detto, ad onor del vero, che il suo zelo riformistico è autentico, e lo "scontro" con More in campo politico, religioso e umano è molto interessante e partire dall'inizio (He never sees More [...] without wanting to ask him, what's wrong with you? Or what's wrong with me?). Sfocia, alla fine, nell'autentico disprezzo.

Ho trovato che la sua "disumanizzazione" fosse particolarmente tracciabile nel suo rapporto con le donne. Ha una relazione con Johane, sorella di Liz, a cadavere ancora caldo: non dura troppo e non è seria. Sembra avere un'amicizia speciale con Mary Boleyn, palesemente infatuata di lui, e sembra tenere particolarmente a lei (Oh Christ, he thinks, to see her out of here; to take her to somewhere she could forget she's a Boleyn), ma quando non gli serve più come spia la getta via come un calzino: dichiara di aver provato a tirarla fuori dalla corte, non riuscendo a persuadere il re. How hard did you try? chiede lei, che non è stupida. Sembra avere attenzioni speciali per Jane Seymour, che lui nota prima di tutti e di cui prima di tutti riconosce l'insospettata intelligenza. Liz, take your dead hand off me, "dice" alla moglie ad un certo punto, ma nel sequel anche questa storia è sfociata nel nulla.
Succede il contrario con Anne Boleyn: non vi trova nessuna attrattiva, ma quando diventa regina tutto cambia. Non la vuole, men che meno la ama, ma ne è stregato (Even he can see her beauty now that she's queen). Ma sappiamo quale sarà il ruolo di Cromwell nella disfatta di Anne.

Non è che lui cambi atteggiamento solo nei confronti delle donne, è che da donna ho notato soprattutto quei cambiamenti. Attenzione, però: Cromwell diventa sì cinico, diventa sì molto diverso da quello che era, ma in qualche modo resta umano. Si aggrappa alla sua umanità. In Bring Up the Bodies (bello, ma no Wolf Hall), è ancora capace di empatia, di compassione, di gesti generosi, ma è chiaro che c'è un ritratto che diventa brutto per lui, un ritratto che si corrompe, e questo ritratto non è quello che gli dipinge Holbein (vedendolo, è costretto a riconoscere di avere l'aspetto di un assassino) ma il libro di Hilary Mantel. Che a sua volta è Cromwell. Identificazioni imprescindibili. Chissà se e quanto sarà brutto il nostro (anti)eroe alla fine di The Mirror And The Light, ultimo tomo della trilogia.

martedì 18 giugno 2013

Giovani, belli e soprattutto inglesi

Con questo post inizio una nuova rubrica in collaborazione con Sandrina del mio cuore che  avrà cadenza un po' quando ci pare, in cui abbiamo intenzione di mettere a confronto di volta in volta due diversi bei manzi dello star system a condizione che siano rigorosamente britannici e voi potrete votare per l'uno o per l'altro! I due candidati che inaugureranno la rubrica sono stati scelti perché un po' di tempo fa in una camera d'albergo di Roma io e Laura abbiamo partecipato ad un accesso dibattito su una nodosa e delicata questione : chi è meglio tra Ed Westwick e Robert Pattinson? Questi sono i veri problemi, altro che la fame nel mondo! Sono sicura che come noi altre migliaia di persone si interrogano sulla questione, o forse no,  ma tanto a noi che importa? Quindi signore e signori all'angolo rosso abbiamo Ed Westwick aka Chuck Bass di Gossip Girl e all'angolo blu Robert Pattinson meglio conosciuto come Edward di Twilight. Dopo che verranno sottoposti ai nostri spietati giudizi solo uno ne uscirà vincitore, chi sarà?


    ED WESTWICK     


Classe 1987, Ed Westwick ha ancora uno svantaggio rispetto allo zannuto collega: se si pronuncia il suo nome al cospetto di gente inopinatamente disinformata su di lui, è piuttosto probabile che si riceva una risposta quale Edchiiii?
Infatti il suo ruolo più noto, e ancora iconico nonostante lo show che lo ospita, Gossip Girl, sia lentamente caduto in rovina, è quello di Chuck Bass. Anche chi non ha mai visto il teen drama CW, infatti, conosce il fittizio miliardario newyorchese. Come Pattinson, però, Westwick si dà da fare: è lui il segretario di Di Caprio in J.Edgar - ruolo minuscolo, ma Eastwood è Eastwood, sempre lui sarà Mercutio nel Romeo & Juliet che è stato girato (anche) in Italia, noi donne siamo sicure che saprà conquistarci anche con la parrucchina à la Marzullo che è stato costretto ad indossare.


PRO                                                                                              
E' talmente bello che quando lo guardi non presti più attenzione a ciò che dice, quindi anche nel caso in cui dovesse rivelarsi un deficiente non ve ne accorgereste. 
Ha un animo rock, faceva persino il cantante e insomma i musicisti sono sexy.
Sprigiona self-confidence da tutti i pori e per me la sicurezza in se stessi è importante.
Quando vuole ha un modo di vestirsi alla Pete Doherty davvero niente male.
Non fatevi ingannare dall'arroganza del personaggio che l'ha reso celebre, lui è un tenero fiore.
L'ho già detto che è sexy?
Plus, anche se ho sempre sperato che si mettesse con la collega Leighton Meester, è in realtà single.

CONTRO
Fuma.
Da vero inglese beve un po' troppo.
E' un po' tamarro inside, quindi a volte può uscirsene con degli outfits che farebbero impallidire chiunque.
Se non vi piacciono i tatuaggi potrebbe essere un problema
In più, ha il tremendo vizio di portare  anelli-patacche al mignolo.

ROBERT PATTINSON



Ciuffo simil-ramato dotato di vita propria, colorito un po' pallido e quindi molto British, l'aria da bohemien con stile che ben si sposa sia coi completi Dior sia con le tenute da accattone che hanno le star quando credono di non essere fotografate, Robert Pattinson ha una filmografia piuttosto ricca per uno che prima di Twilight non era quasi nessuno. Il suo primo ruolo da ribalta planetaria è stato quello di Cedric Diggory nel quarto film di Harry Potter, ma è stato solo col vampiro sbriluccicante di Twilight, film del 2008 tratta dal primo libro della saga di succhiasangue romantici più venduta di sempre, che l'attore londinese è diventato una star, anzi un brand, al punto che ne è stata scritta una biografia quando lui aveva qualcosa come venticinque anni (e qualcuno l'ha persino letta).
Dopo essere stato il vampiro e poi il cornuto più famoso del pianeta, oggi Pattinson sta cercando di rifarsi una verginità, cinematografica naturalmente, con film seri (va bene, escludiamo Bel-Ami e pure Acqua agli Elefanti, ma Cosmopolis era serio secondo quelli che l'hanno capito) e probabilmente sta anche pregando che Max Irons lo soppianti nel cuore di svariati milioni di teen agers sparse per il globo. Ce la farà? Ai posteri l'ardua sentenza.

PRO
Sembra umile e con i piedi per terra
Anche lui come il suo rivale è un musicista e ripeto questo è sempre un punto in più per quel che mi riguarda
Ama gli animali e i bambini e si dà anche alla beneficenza
Ha un'animo sensibile e dei sani valori
E' un po' un antidivo, non se la tira affatto, cosa non da poco nel mondo dello star system
Cosa scontata, ma non per questo da non inserire : è un gran  bel manzo

CONTRO
E' un po' troppo timido
E' sempre preso nel tira e molla con la fidanzata storica Kristen Stewart
E' un insicuro
E' praticamente irraggiungibile
A volte fa delle battute che capisce solo lui




Chi preferite dei due? Votate pure!
Ps: Se avete proposte per il prossimo scontro sono ben accette :)

venerdì 7 giugno 2013

Bari: Croce veste Prada, e i libri?

Circa un anno fa in via Sparano, a Bari, sono iniziati dei lavori presso la libreria Laterza.
O meglio, presso la fu libreria Laterza. Perché suddetti lavori servivano a  piazzare in via Sparano un negozio Prada, con ciò dimezzando lo spazio dello storico punto vendita dell'editrice barese, il cui ingresso viene ora relegato a una porticina in via Dante.
Nel corso dei lavori, la libreria ha deciso (forse per pubblicità inversa, tanto La Feltrinelli è poco più in là) di esporre una foto antica, in bianco e nero, di quello stesso angolo e quello stesso negozio, ma in tempi in cui i libri si vendevano e a qualcuno importava financo di venderli in pieno centro, poco oltre Gucci e Vuitton, con una vetrina sconfinata e zeppa di titoli e una bella insegna bianca e rossa.
Altri tempi, appunto. Poco importa, poi, che ora la targa in memoria di Benedetto Croce, vale a dire questa qui:

campeggi ora sopra una vetrina destinata a scarpe, borsette e affini, mentre per comprare un libro bisognerà infilarsi tra una vetrina glamour e la pizzeria con la mozzarella di bufala.
Va detto che Laterza l'ha presa sportivamente. Un più appropriato "Smammiamo" è stato reso con un commosso "Torniamo in via Dante":
Mentre alla stampa s'è spiegato: "La domanda giusta non è perché 'abbandoniamo' via Sparano. Sarebbe, invece, un'altra: come mai la libreria resta ancora aperta? Visto che i dati dell'Istat relativi al commercio dei volumi, sono impietosi". Capito? Ringraziate che la libreria resti aperta tanto per cominciare, ché c'è la crisi, l'Italia non legge, si scrivono più libri di quanti se ne comprino, signora mia, si fa quel che si può. Ma Laterza deve giustificarsi, ci mancherebbe.
 La cosa bizzarra è la maniera in cui di tutto ciò parlano i giornali.
"Un progetto ambizioso", magnifica Repubblica "Il quartier generale della famosa casa di moda italiana sarà tirato su a via Sparano, tra le strade Principe Amedeo e Dante Alighieri". E la libreria, che è lì dal 1963 e s'era rifatta il trucco da appena sette anni? "La storica sede", presegue il quotidiano di Ezio Mauro, "tuttora legata alla figura di Benedetto Croce e completamente riveduta e corretta nel 2006 [...] continuerà a vivere. L’ingresso sarà quello di via Dante Alighieri".
Insomma, Croce e i libri, per dirla in francese, s'attaccano.

Slegata dalla vicenda, ma forse nemmeno tanto, è un fatto di cronaca di un mesetto fa. Ero da Feltrinelli (che esisterà finché non arriva un Armani?) a piangere miseria con un'amica perché non avevo abbastanza soldi per due libri, e dovevo quindi sacrificarne uno. Quando sono uscita ho visto sciamare un manipolo di gente attorno a un cassonetto della spazzatura. Perché? Perché qualcuno ci aveva gettato quintali di libri. Da Machiavelli a Sciascia, da volumi numerati sulla Seconda Guerra Mondiale a sottili monografie su artisti del Rinascimento a Selezioni dal Reader's Digest a romanzi di poco conto.
Lo spettacolo, per intenderci, era il seguente:

Increduli cassieri della Feltrinelli hanno fotografato lo scempio per segnalarlo ai giornali, che hanno poi riportato il severo monito del comune. Pare che i libri gettati appartenessero ad un signore ora defunto.
In uno di quelli che ho portato via c'era una dedica datata 1985. Per un po' ho pensato di provare a rintracciare la signora, come nei film: le sue righe erano commoventi, considerata la miserabile fine che ha fatto il suo regalo.
Ma forse è meglio non fargliela conoscere.

P.S. Se scrivessi una conclusione per questo post sembrerei un incrocio tra Michele Serra e Corrado Augias, solo meno letterato. Confido, quindi, che parli da sè.

P.P.S. No, il cassonetto non era per la carta.


domenica 3 marzo 2013

I Borgia su La7 e il senso degli americani per la Storia


Seguo I Borgia (titolo originale The Borgias) da due anni; da quando cioè Showtime, la rete via cavo americana che produce anche Homeland, ha deciso di rimpiazzare The Tudors con una nuova serie dedicata ad un'altra famiglia di dubbia reputazione. Il filone doveva piacere molto, il successo dei Tudor anche in Italia è stato notevole e la nostra La7, da un po' attentissima alle più ghiotte occasioni televisive, ha finito per aggiudicarsi la messa in onda in esclusiva di questo nuovo prodotto che doveva mantenere le promesse del suo progenitore.
Ma ci è riuscito?

The Tudors aveva molti, moltissimi difetti, anche piuttosto evidenti: chiunque abbia visto almeno la sua prima stagione deve ancora rammentare con raccapriccio Enrico VIII trasformato in un incrocio tra Fabrizio Corona e Giulio Berruti intento a zompettare da un letto a un altro sfoggiando la sua inesistente somiglianza col personaggio originale. Eppure The Tudors aveva anche delle ottime carte da giocarsi, e se le giocò quasi tutte benissimo: il suo cast funzionava a meraviglia, e nonostante diverse variazioni ed aggiustamenti la Storia dietro la storia era molto spesso rispettata. Soprattutto, era chiaro che Michael Hirst, anche sceneggiatore dei due Elizabeth, per almeno tre stagioni su quattro ha avuto davvero a cuore ciò di cui scriveva.

Non mi sento di dire lo stesso di quest'altro show.
Certo, Neil Jordan è a detta di molti un genio. Premio Oscar alla migliore sceneggiatura originale per La moglie del soldato, il Nostro ha firmato vari film culte:a nessuno in tutta sincerità sarebbe venuto in mente che potesse toppare con una serie sui Borgia. Insomma, i Borgia! Veleni! Incesti! Intrighi! Sangue! Probabilmente tantissimo sesso, proprio come in The Tudors!

E invece molti si sono trovati spiazzati dall'incredibile assenza di ritmo non solo nei primi due episodi de I Borgia, ma anche di tutto il resto della stagione.
I nove episodi della prima serie, in effetti, ricoprono appena tre anni della storia di Rodrigo de Borja e dei suoi figli (dall'ascesa di lui al trono papale col nome di Alessandro VI nel 1492 all'arrivo di re Carlo VIII di Francia a Napoli nel 1495), e inspiegabilmente scelgono di edulcorare tutto ciò che riguardava la più chiacchierata famiglia del nostro Rinascimento.
Cesare, il Valentino che ispirò Machiavelli? Una mammoletta: piagnucola dietro una sua innamorata che lo abbandona (lui che ebbe un'amante, Fiammetta, immortalata dalla toponomastica romana, e almeno undici figli illegittimi), piagnucola dietro a sua sorella, piagnucola sul cadavere del principe Djem scannato come un cappone da suo fratello Juan (in realtà morì di dissenteria), piagnucola non appena è dato piagnucolare ad una Candy Candy qualunque. François Arnaud, attore che magari potrebbe farci ricredere, non riesce a fare nulla per salvare un personaggio fondamentalmente senza spina dorsale, che vorrebbe dirci come un ragazzo si corrompe a contatto col potere ma non fa altro che cercare di passare per gran genio senza convincere quasi mai nessuno.
Va un po' meglio ad Holliday Grainger, deliziosa nei panni di Lucrezia almeno nella prima stagione, e ad un David Oakes che ruba la scena a tutti, ma troppo tardi (seconda stagione inoltrata) per espiare le colpe di una scrittura che lo bistratta più a lungo di quanto sia lecito.

Ma il vero problema è, incredibilmente, Jeremy Irons.  Il suo Rodrigo, per quanto ben interpretato, non è affatto credibile come presunto capomafia della fine del '400. Ancora una volta è la scrittura che non funziona: i suoi primi due episodi sono quasi perfetti; lui ha carisma, riempie lo schermo, e ci mancherebbe altro. Ma dopo quelli, tutto ciò che fa è fare faccette, sventolare leziosamente la mano e fare battute di humour tipicamente British, lui che sarebbe un caliente catalano trapiantato in Italia.
Peggio, la scandalosa relazione del Borgia con Giulia Farnese, nella realtà sua amante a partire dai quindici anni (!) si trasforma in una sorta di opera di carità cristina, un salvataggio in extremis da un marito  indesiderato e brutale. Alessandro VI sarebbe insomma il porto sicuro di Giulia - una Giulia peraltro trentenne, sia mai che qualcuno si scandalizzi - per quanto ciò comporti anche una relazione sessuale (e amorosa, ovvio) . Se la serie non fosse prodotta tra Irlanda e Canada verrebbe quasi da pensare che Neil Jordan volesse evitare parallelismi con Berlusconi e la sua nipote di Mubarak.

La natura della relazione tra il Papa e Giulia è solo un esempio di come ogni azione dei Borgia sia sistematicamente giustificata da un male peggiore: se i Borgia fanno qualcosa di vagamente illecito di tanto in tanto è solo perché altrimenti ci rimetterebbero loro stessi la pelle, ad esempio perché i cardinali tramano contro di loro (topos fisso per due stagioni, con Giuliano Della Rovere che, novello Gargamella, non lascia nulla di intentato per far fuori l'odiato pontefice spagnolo); ma anche perché qualcuno insulta mamma Borgia o perché un marito di Lucrezia è violento, eccetera.
Insomma, i Borgia non sono cattivi, è che 1) li attaccano e 2) li disegnano così. Fine della storia, arrivederci  e grazie.

Quanto al ritmo inesistente, la spiegazione è assai semplice: Neil Jordan intendeva realizzare un film, non una serie di 40 episodi spalmati su quattro stagioni. Anni fa circolavano varie versioni del cast, che comprendeva originariamente Scarlett Johansson, Colin Farrell e John Malkovich. Poi non se ne fece niente. Ma come trasformare due ore in quaranta?
A quanto pare tirando il freno a mano, rallentando, inventando di tutto, introducendo personaggi come se piovesse.
E' degli scorsi giorni la notizia che forse l'ultima stagione sarà sostituita da un film: non ci sorprenderebbe.


venerdì 1 marzo 2013

Due clown di passaggio?


La notizia è ormai nota: Peer Steinbrueck, candidato cancelliere della Spd, ha commentato i risultati delle ultime elezioni italiane dichiarandosi "inorridito" dalla vittoria di "due clown" (nemmeno troppo velato riferimento non solo al comico Grillo ma anche a quello non ufficiale, Berlusconi, sulla cui identificazione ogni dubbio è stato fugato quando lo si è specificato "guidato dal testosterone").
Inevitabile l'incidente diplomatico, con un feritissimo Napolitano che quasi in lacrime che annullava l'incontro col politico teutonico e chiedeva rispetto per l'Italia.

Steinbruek, pare, è un gaffeur professionista, ma non basta avere una carriera costellata di uscite infelici per cancellarne una che brucia. Quando ho sentito la notizia al telegiornale ero con un'amica che aggiungeva "Diciamo anche tre clown". Qualcuno ha anche protestato che quella del clown è una professione onorevole che richiede preparazione e sacrifici; mentre i compatrioti del candidato cancelliere lo hanno redarguito (più o meno) in base al principio che certe cose si pensano ma non si dicono. Ecco il punto. Lo pensano tutti.

Peraltro è noto che la Germania non ci ama: Berlusconi con le sue battute sul sedere della Merkel,  i suoi cucù e il celebre episodio del kapò, per loro, fanno l'italiano medio quanto il comandante Schettino . E il fatto che lo stesso Berlusconi non abbia per un pelo rivinto le elezioni anche dopo questo siparietto inverecondo dovrebbe ben dirci che ci sono molti italiani che, se non sono come lui, quantomeno lo ritengono adatto a governare e rappresentare il nostro Paese all'estero (quindi anche agli occhi di Steinbrueck).

Il problema è che, per quanto possiamo riconoscere i limiti e le lacune del nostro Paese e di chi lo abita, ugualmente il nostro orgoglio, quand'è offeso, ne risente. L'Italia è un po' la mamma: noi possiamo lagnarcene quanto ne vogliamo ("L'Italia bellissima? E' il secondo Paese più corrotto d'Europa dopo la Grecia! Siamo sull'orlo del fallimento! Siamo bugiardi e scialacquatori, ignoranti, rozzi, caproni attaccati alle partite di pallone! Vuoi mettere la Svizzera?"), ma poi guai a chi ne parla male. Le offese solleticano il nostro orgoglio patrio, generalmente addormentato di un sonno assai pesante. Clown? Siamo il Paese di Michelangelo e  Da Vinci, va bene, brutti parrucconi?

E chi non ha la possibilità di spiegarlo può sempre citare a denti stretti il buon René.

domenica 3 febbraio 2013

For your consideration: gli Oscar e altri luoghi impossibili


L'anno scorso mi sono imbattuta in un interessante post di Paola Jacobbi, giornalista di Vanity Fair, sulle varie cantonate degli Oscar verificatesi nel corso degli anni. Ero sconvolta dalla vagonata di statuette vinte da The Artist, film graziosissimo ma sulla cui capacità di passare alla Storia del Cinema nutrivo qualche dubbio: dopo averci lungamente pensato (cosa non si fa per non studiare qualcosa!) ero giunta alla conclusione che l'Academy dovesse avessere un debole per tutto ciò che è antico e/o europeo e/o parli di guerra (praticamente Benigni con il suo La vita è bella infilava tre criteri su tre).
Ora che gli Oscar sono nuovamente alle porte è curioso che manchino dei film che promettono di sbancare, come è successo a The King's Speech nel 2011 e a The Artist nel 2012. O meglio: Lincoln prometterebbe di sbancare se non fosse che Argo di Ben Affleck ha già vinto tutti i non-Oscar e quindi minaccia di essere il primo film a vincere come Best Picture senza che il suo regista sia candidato alla miglior regia in ben 85 anni. Non fosse stato per questo incidente di percorso, tuttavia, forse l'Academy avrebbe già deciso di assegnare l'ambita statuetta alla fatica di Spielberg che narra l'avventura del più amato presidente USA di sempre e dell'approvazione del suo celeberrimo tredicesimo emendamento.

In realtà, personalmente, non ho alcun problema con Lincoln: l'ho visto e trovato magnifico nonostante la sua lunghezza. E pare che non ce ne sia bisogno, ma farò lo stesso un tifo scatenato affinché Daniel Day-Lewis vinca l'Oscar, entrando nei record come primo attore a vincere tre Oscar da protagonista.
Ma, fermo restando che lui è un attore strepitoso capace praticamente di cambiare anche fisionomia a seconda dei ruoli (guardare per credere)... Non sarà per caso che i ruoli biografici, possibilmente in storie strappalacrime di redenzione, o di ascesa e caduta, o di potere in ogni sua forma ultimamente favoriscano fin troppo la vittoria?

Discorso a parte andrebbe fatto per Leonardo DiCaprio, clamorosamente ignorato anche quest'anno e anche dopo J. Edgar, ma facciamoci caso: Helen Mirren nei panni di Elisabetta II dopo la morte di Diana, Colin Firth come Giorgio VI che lotta contro la balbuzie, Meryl Streep (ma lei è un mostro, e quand'è candidata è impossibile non premiarla) nel ruolo della Thatcher versus la vecchiaia, e poi Reese Witherspoon come June Carter Cash, Nicole Kidman con Virgilia Woolf, Sean Penn come Harvey Milk, Marion Cotillard come Edith Piaf, Jamie Foxx come Ray Charles... E si potrebbe andare avanti per parecchio.
Ma anche nel campo che esula dal biopic i ruoli in costume vanno per la maggiore: Jean Dujardin l'anno scorso ha scippato il premio a Gary Oldman interpretando una star del muto di The Artist, Kate Winslet ha vinto col suo difficilissimo ruolo in The Reader. Anne Hathaway ha praticamente ipotecato l'Oscar 2013 da mesi singhiozzando la Canzone-di-Susan-Boyle nei tragici panni della Fantine dei Miserabili (film che per quel che mi riguarda può anche vincere solo quella statuetta, e pure lì avrei da ridire).
Prendete, poi, Sandra Bullock: mi sta anche simpatica e sicuramente è brava, ma The Blind Side è un film da Domenica mattina su Italia Uno, un film con niente di speciale, talmente piatto e banale da appiattire e banalizzare anche la sua performance, ma lei ci ha vinto l'Oscar. Sarà per caso perché il suo personaggio, Leigh Anne Tuohy, incarna la Bontà Americana? Gli USA, è risaputo, adorano il loro American Dream: non a caso il film più acclamato di Muccino è The Pursuit of Happiness (dopo di quello, il regista italiano ha preso solo pernacchie).

Senza voler togliere nulla al talento di questi grandi attori, la domanda sorge spontanea: non sarà per caso che il biopic, specie se dedicato a personaggi ammantati di leggenda, aiuta? Non sarà per caso che le storie di guerra, parabole discendenti e miserie lacrimevoli, senza contare l'immancabile Olocausto, aiutano - e pure tanto?

PS: Chi scrive è dichiaratamente dilettante e non pretende di insegnare niente a nessuno. Però si chiede ancora come sia stato possibile candidare Avatar, che detesta dal profondo.